L’espressione “education based marketing” mi causa un leggero fastidio ogni volta che la leggo: perché?
Mi vengono in mente siti che fingono di insegnare qualcosa, mentre stanno vendendo il loro punto di vista: questa è manipolazione.
Poi, l’education è spesso noiosa: all’inizio ci cattura, ma presto l’entusiasmo da primo giorno di scuola lascia il posto alla fatica e ai problemi del nuovo ambiente. Il mio esempio personale è Livemocha per imparare le lingue.
E se invece di essere base di un marketing, l’education fosse ingrediente ben dosato, con lo scopo di esaltare il piatto e non di riempirlo?
Mi piace la metafora del piatto, meglio se di pasta col sugo! La pasta è la concretezza, la ragione dei fatti, la pancia piena; il sugo è l’ingrediente, l’emozione, l’ispirazione.
Ci sono anche i casi in cui è opportuno che l’education sia la portata principale: creare un’academy, o una enciclopedia, per la propria azienda o progetto, nei casi in cui l’elemento education è naturaliter la mission e il contenuto del progetto.
Altre volte può essere sufficiente estrarre gli elementi ispirazionali del progetto e condividerli, animarli; stipulare un patto con l’utente, con meccanismi di partecipazione, di gratificazione e di crescita reciproca. Diventa un gioco.
Vorrei evidenziare la differenza tra il puntare sulla quantità dei contenuti, o sul significato di contenuti ed esperienze che voglio condividere.
Non tutti i progetti o le aziende possono diventare autorità enciclopediche nel loro campo di conoscenza. Molti progetti però possono condividere un’esperienza nei suoi aspetti più caratteristici e autentici, configurando il valore di un education non in un senso assoluto, ma come storytelling e condivisione di un percorso: il modo migliore di riconoscere compagni di viaggio.
Del vostro progetto preferito, amereste condividere la quantità di informazioni disponibili o l’emozione di farne parte?
Spero che sia anche una domanda stimolante: vorreste condividere con me un pezzetto di risposta?