Ho scoperto oggi un gruppo Facebook che discute di etica e netiquette sui social media.
E’un gruppo appena nato e potete trovare qui l’articolo che me l’ha segnalato.
Provo a buttarmi su un campo che giudico paludoso: quello dell’educazione morale, qui declinato in “scuola di netiquette”.
Innanzitutto, etica e netiquette interessano: in 5 ore, il gruppo è passato da 88 a 112 “mi piace”. Trovare spunti per evitare di fare la figura del… maldestro (soprattutto quando ci si siede ad un tavolo apparecchiato da altri) è utile, specialmente per chi, come me, sente di aver sempre tanta esperienza da maturare sui social media.
Poi però, un amico mi ha fatto notare che può essere presuntuoso pretendere di insegnare l’etica: si rischia di essere banali o di porre limiti all’espressione. Anche il tema della libertà d’espressione tira forte, ragazzi!
Quanta maestria serve per parlare di etica? Eppure, le discussioni più interessanti e partecipate, spesso, sono mosse da questioni etiche. Perché? Il motivo, credo, è che ogni scelta personale cela una storia. Ciò esercita un grande fascino.
Il punto più insidioso è il passaggio tra l’etica e l’etichetta!
E’ lì, che la storia personale si fa moralismo, che l’interesse per una discussione si riduce a stabilire chi aveva ragione e chi torto.
Forse, l’accorgimento sta nel raccontare le proprie esperienze, i propri dubbi, nel fare domande, ed evitare di arrivare a conclusioni dogmatiche.
E’ vero che anche i decaloghi, le check list di cose juste da fare, le ricette suscitano interesse.
Tuttavia credo che se qualcuno ha un buon consiglio da condividere, sicuramente l’ha imparato da una esperienza personale ed è quella che più mi interessa. Anche perché mi racconta di te, da cui ho molto più da imparare che da un’etichetta.